abitare il tempo
LE RAGIONI PROFONDE DELLA PROCRASTINAZIONE E COME EVITARLA
Cosa significa abitare?
Abitare un luogo non significa semplicemente occuparne lo spazio ma è il modo fondamentale dell’essere umano di stare al mondo: non un semplice riparo, ma uno spazio che custodisce il nostro esistere. In questo senso, la casa non è solo un tetto, ma un luogo che ci permette di “essere”.
Abitare casa può voler dire lanciare le chiavi sul mobile appena entro, se avete un posto preciso è già buono, non come qualcuno che ogni mattina prima di uscir di casa si chiede dove le avrò messe stavolta.
Indossare le ciabatte.
Cambiare gli abiti.
Struccarmi.

È spesso luogo intimo dove si formano sogni, ricordi, paure e desideri.
Ogni stanza diventa simbolica e ogni spazio della casa sono parti di me che nella relazione con l’altro posso o meno mettere a disposizione.
Chi suonerà alla mia porta potrà accedere all’ingresso, o stare al tavolo da pranzo, o se glielo permetto sul mio divano, nella mia camera da letto, e probabilmente tolto la mia psicoterapeuta, forse nessuno vedrà mai la mia cesta di panni sporchi!!!
È lo spazio in cui mi dò il permesso di essere me stesso.
Non performo.
Non dimostro.
Non devo essere all’altezza.
Abitare è questo:
riconoscere uno spazio come mio.
Fare esperienza di quello spazio.
Contrarre abitudini. Sentirmi dentro qualcosa che mi somiglia.
Abitare il tempo
Allora la domanda è :
Cosa vuol dire abitare il tempo?
Com’è il tempo quando sono a casa mia?
Com’è il tempo al lavoro?
Com’è il tempo quando mi sto divertendo?
Mi sento dentro quel tempo… o lo sto solo attraversando?
Se abitare uno spazio significa prendersene cura e riconoscerlo come proprio, allora abitare il tempo significa fare la stessa cosa con la nostra dimensione temporale: non subirla, ma assumerla.
La danza del tempo
La nostra esistenza è sempre intreccio di:

Passato → memoria, radici, ciò che ci ha formati.
Presente → decisione, presenza, azione.
Futuro → possibilità, progetto, apertura.
Abitare il tempo in modo umano significa tenere insieme queste tre dimensioni. Non vivere prigionieri del passato, né consumati dall’ansia del futuro, né anestetizzati nel presente.
Nel mondo del lavoro riusciamo a tenere assieme queste tre dimensioni?
Il sogno del freelance: “Finalmente il mio tempo”

Quando decidiamo di aprire una partita IVA spesso ci diciamo una cosa molto precisa:
“Finalmente decido io come gestire il mio tempo. Non è più qualcun altro a possederlo.”
Lo sogniamo da sempre.
Da piccoli il tempo lo decide il genitore.
Poi arriva la scuola: orari, campanelle, scadenze.

Poi l’azienda.
Qualcun altro scandisce il tempo al posto nostro.
E allora pensiamo che la libertà sia questo: avere un tempo non imposto da nessuno!
Slide MA…
Solo che succede una cosa strana.
Quando il nostro tempo non è più scandito,
non è più tutelato, non è più contenuto dall’altro quel tempo può diventare confuso.
O invaso.
O trascurato.
A volte siamo noi i primi a non rispettarlo.
Possiamo diventare molto esigenti con noi stessi.
Ci vendichiamo di questo tempo, iniziamo a sfruttarlo e magari pensiamo anche che lo possiamo controllare.
Oppure siamo molto disorganizzati.
Oppure smettiamo di distinguere il tempo mio, il tempo dell’altro, il tempo del lavoro.
Il tempo invece esige la nostra cura.
Se lo trascuriamo, ciò che doveva essere libertà diventa una gabbia.
Il tempo non è neutro
Nel lavoro freelance il tempo non è neutro. Il tempo determina come sono presente a me stessa e agli altri.
Determina che faccia ho.
Che energia porto.
Che tipo di professionista divento.
Un tempo trascurato non è solo un problema organizzativo.
È il tempo che non dedico al progetto più importante: Me.
Chi sono oggi?
Quanto tempo mi sono dato davvero?
Come l’ho usato?
Mi piace ancora quello che sto facendo?
E quando il lavoro diventa faticoso,
quando arriva una delusione,
quando qualcosa va storto…
che cosa faccio di me in quel momento?
Come me ne prendo cura? E non parlo solo di dormire o rilassarmi.
Parlo di nutrimento.
Che parte di me sto attivando.
Sono sempre in spinta?
In allerta?
In modalità “tieni duro”?
Oppure riesco anche a fermarmi, ascoltarmi, recuperare?
Abitare il tempo non significa riempirlo

C’è un mito dei nostri giorni che recita più o meno così: sfrutta ogni minuto del tuo tempo.
Come se il tempo fosse una cosa che mi appartiene, quando invece è vero il contrario: io appartengo al tempo.
Cosa succede se sfrutto tutto il tempo?
Che lo usuro, lo faccio a brandelli. E succede poi che il tempo se ne accorge che lo sto sfruttando e si vendica facendomi diventare il suo schiavo senza che io di fatto me ne accorga.
Il tempo abbiamo visto infatti esige cura.
Abitare il tempo perciò non significa sfruttarlo ma sapere che tipo di presenza porto dentro quel tempo.
Il puzzle: il tempo lento
Qualche giorno fa mi sono resa conto che guardavo con ammirazione il mio compagno mentre faceva un puzzle.
Per gli appassionati di Stranger Things, a cavallo dell’ultima stagione con i punti Conad era possibile avere in regalo un puzzle da 2000 pezzi.

Alex, forse per la prima volta in vita sua, ha messo insieme i punti sparsi per la cucina e ha completato la scheda nel giro di un paio di settimane.
Il puzzle doveva essere un’attività da fare con nostra figlia.
Ma avendo lei cinque anni era pressoché impossibile.
E quindi cosa succede?
È circa un mese e mezzo che abbiamo il tavolo da pranzo coperto per tre quarti da un puzzle in costruzione.
L’altro giorno Nina mi dice:
“Mamma, il puzzle è più lungo della nostra tv.” È un lavoro lungo.
Non è che ci si possa dedicare un tempo pieno.
Ma io vi assicuro che ammiro Alex quando riesce a sedersi a quella sedia e si prende quel tempo lento.
Un tempo di riflessione, di pensieri fluttuanti.
E porta avanti quel lavoro.
Certo… c’è anche una parte di me che non ne può più di vedere quel puzzle sul tavolo.
Ma questo è relativo, per il nostro discorso.
Quello che voglio dire è che lui lavora quanto me.
Eppure si prende un tempo non strutturato per sé.
E io mi sono chiesta: per me è così? Creare spazi in cui far stare dentro il mio tempo è una buona strategia (hobby, teatro, cinema, palestra, amici)
Ma non basta strutturare spazi.
Devo autorizzarmi ad abitare il mio tempo.
Non necessariamente in modo efficace.
Non perché mi porterà vantaggi.
Ma fine a sé stesso.
Come il gioco per i bambini.
E anche il momento della giornata conta.
La sera sì.
Ma durante il giorno? Mai mollare.
È un tempo in cui dovrei lavorare, produrre, efficientare. E invece forse è proprio lì che si gioca la libertà.
Quando iniziare diventa difficile
Quando questo tempo non è più imposto dall’esterno, quando è tutto sulle nostre spalle, succede una cosa molto comune.
Non è che non sappiamo cosa fare.
È che iniziare diventa difficile.
Perché quel tempo libero, non scandito, non protetto mi espone.
È il momento in cui non posso più dire che è colpa dell’orario, del capo, del sistema.
È il momento in cui tocca a me decidere chi essere dentro quel tempo.
E qui entra in scena la procrastinazione.
Non come pigrizia.
Non come mancanza di metodo.
Ma come forma di protezione.
La paura di crescere
Dal punto di vista psicologico potremmo dire che dentro ognuno di noi convivono due spinte.
Una spinge verso la crescita, verso ciò che sentiamo autentico. L’altra ci chiede sicurezza, protezione, conferme.
Le 2 leve sono desiderio e bisogno.
(mancanza ad essere e bisogni primari) Il vuoto che muove l’essere umano (buchi alla nascita Lacan) e invece I modi in cui si tappano.
Ogni passo verso ciò che conta davvero attiva anche paura.
Paura di cambiare.
Paura di perdere un equilibrio.
Paura di scoprire che non siamo come speravamo.
E allora rimandare diventa una soluzione temporanea.
Non faccio, e così non rischio.
Non mi espongo, e così non perdo l’immagine che ho di me.
Abitare davvero il mio tempo significa avvicinarmi a qualcosa che conta.
E avvicinarmi a ciò che conta fa paura.
Finché rimando c’è una via di fuga.
Posso dire:
“Un giorno lo farò.”
“Appena posso…”
“Vedrai quando toccherà anche a me…”
Quel futuro mi consola.
Ma ogni volta che non scegliamo stiamo comunque scegliendo. Ogni tanto mi permetto di scuotere le persone che seguo con questa metafora. Sei ad un bivio solo che nn puoi restare lì, prima o poi un camion lo attraversera’ e ti prenderà in pieno. Si non sono molto gentile ma vi assicuro che le metafore funzionano moltissimo, agiscono a livello profondo superando le nostre resistenze.
Il tempo che passa senza essere abitato è tempo in cui rinunciamo, anche se in silenzio, alla nostra libertà.
4 tipi di procrastinazione
Facendo una ricerca ho trovato dei rappresentanti autorevoli dei modi in cui si può procrastinare.
Il Bianconiglio

Corre sempre.
Guarda l’orologio.
Ripete: “È tardi! È tardi!”
Ma non è mai davvero presente.
Non sappiamo per cosa corre.
È sempre in funzione di un tempo esterno.
A volte procrastinare non vuol dire stare fermi.
A volte vuol dire correre tutto il giorno senza mai abitare quello che stiamo facendo.
Pinocchio
Promette di fare domani.

Si racconta che sta andando nella direzione giusta.
Evita la trasformazione in bambino vero perché procura fatica e dolore.
Non mente perché è cattivo.
Mente perché crescere fa paura.
Marlin
Non scappa, ma trattiene.

Si racconta che non è il momento.
Che è prudenza.
Che è responsabilità.
Ma è una cura che, senza accorgercene, ci tiene fermi.
Procrastina la trasformazione del suo ruolo
di padre.
Se dovessimo subito trovare un paragone nel lavoro, potremmo vedere questo atteggiamento nella fatica di demandare all’altro.
Paura di Inside Out
La voce che dice:
“Aspetta.
Non ancora.

Non adesso” (ti mancano informazioni, devi fare un altro corso prima di lanciarti)
La procrastinazione, a volte, non ci sta proteggendo dal lavoro in sé, ma da una voce interiorizzata che non è davvero la nostra.
Può succedere che l’idea di “essere adeguati” coincida con un modello che abbiamo assorbito nel tempo: aspettative familiari, culturali, professionali.
Se capisco che sto proteggendo qualcosa, smetto di giudicarmi.
Quando il progetto che abbiamo davanti risponde più all’idea di qualcun altro che al nostro desiderio autentico, qualcosa dentro di noi si oppone. E quella resistenza prende spesso la forma della procrastinazione.
Non è quindi pigrizia, ma un segnale.
La procrastinazione diventa una messaggera.
Cosa sto cercando di proteggere?
Di cosa ho bisogno davvero?
Aaaand Action!
Per smettere di procrastinare e cominciare ad abitare il tempo però la teoria non basta. Non basta neanche la consapevolezza.
Devono essere trasformate in azione. Non un’azione qualsiasi però.

Che caratteristiche ha questa azione?
Deve diventare Presenza Consapevole in Azione.
Cos’è la Presenza Consapevole in Azione? La capacità di accorgerti del meccanismo che metti in atto nel momento in cui si manifesta e agire in modo intenzionale per modificarlo in relazione al tuo obiettivo.
La presenza consapevole in azione si può allenare?
Sì, è una parte del lavoro che facciamo con il Progetto Abbastanza, alleniamo la Presenza Consapevole in Azione in vari ambiti (persone, professionisti, organizzazioni) e con più tematiche (come ad esempio conflitti, decision making, cooperazione etc). Lo facciamo con strumenti esperienziali come l’Improvvisazione Teatrale.
Alla fine se siete interessati ci sono contatti e recapiti.
Conclusioni
Forse il punto non è solo smettere di procrastinare.
Forse il punto è anche chiederci:
che cosa sto proteggendo quando rimando?
Perché abitare il tempo significa anche questo:
accettare che crescere fa paura,
che scegliere espone,

ma che il tempo, se non lo abitiamo noi, (lo farà qualcun altro per noi) e che comunque passa lo stesso.
Ti lascio con una domanda :
Se il Tempo fosse un luogo per te sarebbe casa?
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